Psicologia Primordiale

Pulire la mente: il primo passo è togliere, non aggiungere

Negli ultimi anni si parla di mente, mindset e crescita personale più che mai. Eppure molte persone, dopo l’ennesimo corso o l’ennesimo libro, non si sentono più libere o più chiare: si sentono più piene. È un segnale che vale la pena prendere sul serio. Il movimento più comune, quando vogliamo migliorarci, è aggiungere: una […]

pulire la mente

Negli ultimi anni si parla di mente, mindset e crescita personale più che mai. Eppure molte persone, dopo l’ennesimo corso o l’ennesimo libro, non si sentono più libere o più chiare: si sentono più piene. È un segnale che vale la pena prendere sul serio.

Il movimento più comune, quando vogliamo migliorarci, è aggiungere: una tecnica nuova, un’abitudine, un’affermazione, un obiettivo. La Psicologia Primordiale propone un ordine diverso, e lo mette come primo gesto: prima di aggiungere, bisogna togliere.

E non è soltanto un’intuizione. Quando cerchiamo di migliorare qualcosa — un oggetto, un’idea, una situazione — tendiamo per default a cercare soluzioni che aggiungono, e ci sfugge in modo sistematico la possibilità di togliere, anche quando togliere sarebbe la soluzione migliore: lo hanno mostrato otto esperimenti pubblicati su Nature (Adams et al., 2021). Le idee additive ci vengono in mente per prime e senza sforzo; quelle sottrattive richiedono di fermarsi a cercarle.

La scrivania sporca

Pensa alla tua scrivania. Da nuova era pulita; poi, col tempo, si è riempita di macchie, briciole, segni di pennarello. Se ora ci appoggi sopra qualcosa di pulito, quel qualcosa si sporca e si mescola al disordine già presente.

La mente funziona allo stesso modo. Impilare nuove tecniche e nuove affermazioni sopra paure non guardate, confronti, sensi di colpa e convinzioni che non hai mai messo in discussione non ti potenzia: aggiunge altra roba alla confusione. Per riportare la scrivania alla sua condizione migliore non compri un prodotto che “aggiunge il pulito” — non esiste. Compri qualcosa che toglie lo sporco.

Pulire non vuol dire svuotare

Qui, però, è facile fraintendere, ed è il punto in cui di solito si sbaglia. Pulire la mente non significa svuotarla, cancellare la tua storia o tornare a uno stato puro e originario che non è mai esistito. Non c’è, sotto il rumore, un nucleo intatto che aspetta soltanto di essere riscoperto.

Significa una cosa più precisa: ridurre il rumore che impedisce di vedere, distinguere e scegliere. Il problema non è che la mente riceva influenze — è inevitabile: viviamo dentro una lingua, una storia, un corpo, un ambiente, una rete di relazioni. Il problema nasce quando ciò che entra non viene più osservato, quando stimoli, giudizi, aspettative, paure e desideri indotti occupano lo spazio interiore al punto da rendere difficile distinguere ciò che è tuo da ciò che ti sta semplicemente attraversando.

Pulire, in questo senso, crea spazio: tra lo stimolo e la risposta, tra il programma e la scelta, tra il desiderio indotto e la tua direzione. Lo spazio non è una metafora gentile: è la distanza in cui una scelta diventa possibile. Dove tutto è saturo prevale la reazione — e una reazione, per quanto rapida, non è ancora una decisione.

Sapere un meccanismo non è vederlo

C’è una distinzione che regge tutto il resto. Sapere di un meccanismo è una conoscenza che possiedi; vederlo è coglierlo mentre opera in te, un istante prima che decida al posto tuo. Si può sapere moltissimo della propria mente e non vederla mai lavorare.

È per questo che un corso dopo l’altro spesso non cambia nulla: la persona impara a nominare i propri meccanismi con precisione e continua a esserne mossa esattamente come prima. Ha più strumenti e meno spazio per usarli. Non manca un’altra cosa da sapere: manca il primo gesto, togliere ciò che impedisce a quel sapere di diventare visione.

Il rumore non è solo tuo

E il rumore non è soltanto individuale. Molte delle voci, delle immagini, delle paure e delle “normalità” che occupano la mente non nascono dentro di noi: arrivano da mondi condivisi — i media, la pubblicità, la pressione del gruppo. Per capire come una vita viene programmata non basta guardare dentro l’individuo: bisogna guardare anche il campo collettivo in cui ha imparato a desiderare, temere e giudicare. È il territorio della Matrix Mentale Intersoggettiva.

Riconoscerlo non è ingenuità né paranoia: interessi organizzati e messaggi ripetuti lavorano davvero per rendere “normali” e “desiderabili” certi comportamenti. È lo stesso meccanismo per cui ereditiamo regole di cui non conosciamo più la ragione e le difendiamo perché “si è sempre fatto così”, come racconta l’esperimento delle scimmie. Pulire la mente è anche smettere di lasciare che qualunque frammento di quei mondi diventi, di nascosto, la nostra autorità interiore.

I livelli della pulizia

La mente si ingombra a più livelli, e a ciascuno corrisponde una forma di pulizia: l’attenzione (ciò che la cattura di continuo), le informazioni (ciò che lasciamo entrare e diventare criterio di giudizio), le emozioni (allarmi rimasti accesi, difese che un tempo proteggevano), l’identità (le definizioni di sé — “io sono fatto così” — che abbiamo scambiato per carattere).

Il livello dell’attenzione è il più sottile. Quando notifiche, urgenze e stimoli la frammentano di continuo, la presenza si indebolisce — e una mente senza presenza è più facilmente governata dall’automatismo. Qui c’è anche un dato che converge con il principio: l’attenzione diretta si comporta come una risorsa limitata, che la stimolazione continua consuma e che gli ambienti a bassa stimolazione — la natura, per esempio — aiutano a recuperare (Berman, Jonides e Kaplan, 2008). Togliere rumore non è privazione: è recupero.

Il come concreto — gli strumenti, i tempi, gli esercizi, e il lavoro vero di trasformare i programmi una volta che lo spazio si è aperto — non appartiene a questa prima fase: appartiene alla Riprogrammazione Mentale. Pulire apre lo spazio; non compie da solo la trasformazione. Riconoscere uno schema non basta a scioglierlo: lo si può vedere con chiarezza e continuare a obbedirgli.

Togliere per tornare a vedere

Ecco perché la sottrazione è il primo passo, non l’ultimo. Non serve a renderti puro né a separarti dal mondo. Serve a recuperare attenzione, presenza e la capacità di sentire che cosa resta quando smetti di riempirti.

Tornare alla “mente originale”, qui, non significa diventare puri o tornare a una versione incontaminata di te stesso. Significa una cosa più sobria e più utile: tornare a vedere meglio. E da lì — con un po’ più di spazio — scegliere che cosa lasciar rientrare.

La pagina madre

Psicologia Primordiale

La visione fondativa: realtà filtrata, identità acquisita e ritorno alla Mente Originale.

Leggi il Manifesto

I contenuti del blog hanno finalità informativa e formativa e non sostituiscono una consulenza medica, psicologica, psicoterapeutica o finanziaria.