Mente e Percezione

Matrix Mentale Intersoggettiva: la realtà collettiva che crediamo naturale

La Teoria della Realtà mostra che non viviamo la realtà così com’è, ma una versione filtrata: la mente seleziona, semplifica e ordina ciò che accade. C’è però un secondo filtro, più grande, di cui ci accorgiamo ancora meno. Non filtriamo la realtà da soli, nel vuoto: la filtriamo dentro un mondo di significati che esisteva […]

matrix mentale

La Teoria della Realtà mostra che non viviamo la realtà così com’è, ma una versione filtrata: la mente seleziona, semplifica e ordina ciò che accade. C’è però un secondo filtro, più grande, di cui ci accorgiamo ancora meno. Non filtriamo la realtà da soli, nel vuoto: la filtriamo dentro un mondo di significati che esisteva già prima di noi.

A questo campo condiviso do il nome di Matrix Mentale Intersoggettiva.

Siamo l’unico animale capace di cooperare in grandissimi numeri attorno a cose che esistono solo nell’immaginazione condivisa: il denaro, gli Stati, le leggi, i mercati, le religioni, le istituzioni. Niente di tutto questo esiste in natura come esistono il vento o la gravità. Esiste perché moltissime persone vi credono insieme e si comportano di conseguenza. È una delle intuizioni che condivido con lo storico Yuval Noah Harari, quando definisce “intersoggettivo” l’ordine immaginato: non soggettivo, perché non sta nella testa di un singolo, ma condiviso da milioni di menti contemporaneamente.

Che cos’è la Matrix Mentale Intersoggettiva

Uso questa espressione con cautela, perché la parola “matrix” si presta a fraintendimenti. Non indica un’unica regia onnipotente nascosta dietro ogni aspetto della vita, né riduce la storia, la cultura, l’economia e la politica a un solo centro di controllo. Pensare che esista un singolo burattinaio che muove tutto sarebbe una caricatura.

Ma c’è anche l’errore opposto, ed è altrettanto serio: negare che esistano sistemi di potere, interessi organizzati, strategie economiche, dinamiche istituzionali e condizionamenti mediatici. Sarebbe ingenuo. Questi poteri esistono, agiscono e orientano. La Matrix Mentale Intersoggettiva può includerli, ma non si esaurisce in essi.

È, più precisamente, l’insieme delle narrazioni, dei simboli, delle istituzioni, dei valori, delle paure, dei desideri e dei criteri di normalità attraverso cui una cultura insegna agli individui a interpretare il mondo, sé stessi e la vita. È il mondo simbolico che ci precede: la normalità che respiriamo prima ancora di poterla interrogare. Non viviamo soltanto dentro una realtà individuale filtrata; viviamo anche dentro una realtà collettiva condivisa.

Ordine naturale e ordine intersoggettivo

Per capire questo passaggio conviene distinguere due tipi di ordine.

Un ordine naturale non dipende dalla nostra credenza per esistere. Se domani smettessimo di credere al vento, il vento continuerebbe a soffiare. Se smettessimo di credere alle onde, le onde continuerebbero a formarsi. Se smettessimo di credere alla gravità, la gravità continuerebbe ad agire. Non ha bisogno del nostro consenso.

Un ordine intersoggettivo ha una natura diversa: esiste perché molte persone ne riconoscono la validità e agiscono di conseguenza. Il denaro, i ruoli sociali, lo status, il prestigio, le istituzioni, le gerarchie, i confini, il debito appartengono a questo ordine. Se tutti, da domani, smettessimo di attribuire valore a una banconota, quella banconota smetterebbe di averlo.

Attenzione, però: “costruito” non vuol dire “irreale”. Anzi. Proprio perché molte persone li riconoscono e vi si comportano in accordo, questi ordini producono effetti del tutto reali. Orientano scelte, distribuiscono potere, generano aspettative, creano appartenenza o esclusione, stabiliscono ciò che viene premiato o punito. Non sono biologici, ma incidono sulla biografia. La ricerca psicologica sulla “realtà condivisa” mostra proprio questo: quando sperimentiamo che altri condividono i nostri stati interni sul mondo, ciò che è soggettivo comincia a essere vissuto come oggettivo e reale (Echterhoff, Higgins e Levine, 2009). È un meccanismo che gli stessi autori riconoscono all’opera, in forma amplificata, nelle ideologie politiche e religiose.

La sociologia lo aveva intuito da tempo. In un classico del 1966, Berger e Luckmann descrivono come la conoscenza condivisa di molte persone diventi, attraverso l’abitudine e le istituzioni, una realtà “oggettiva” che si trasmette alle generazioni successive — al punto che un bambino, all’inizio, non distingue tra l’oggettività della natura e quella delle costruzioni sociali (Berger e Luckmann, 1966). Una banconota, per lui, è reale esattamente come la pioggia.

Quando il collettivo entra nell’identità

Finché tutto questo resta “fuori”, è sociologia. Diventa psicologia — ed è qui che entra la Psicologia Primordiale — quando il campo collettivo viene interiorizzato: quando ciò che appartiene a tutti comincia a parlare dentro di noi come se fosse una voce nostra.

Una norma sociale può diventare senso di colpa. Un modello culturale può entrare nell’immagine di sé. Una gerarchia condivisa può diventare la misura del proprio valore. Un desiderio collettivo può diventare ambizione personale. Una paura sociale può diventare un limite interiore. Per questo la Matrix non agisce solo per imposizione o censura: agisce soprattutto per riconoscimento, imitazione, desiderio, appartenenza e paura di restare esclusi.

È un movimento sottile. La persona può non sentire più una pressione sociale, ma viverla come obbligo personale. Può non vedere più un modello culturale, ma usarlo come metro del proprio valore. Molti non entrano in conflitto soltanto con la propria storia: entrano in conflitto con il modo in cui hanno imparato a misurare la propria vita. Confrontano la propria esistenza con modelli che non hanno scelto, inseguono desideri di cui non hanno mai interrogato l’origine, chiamano “fallimento” un disallineamento da una normalità che non è la loro. È questo che intendo quando dico che l’identità acquisita, al centro della Psicologia Primordiale, non si organizza solo intorno a ferite individuali, ma anche intorno a narrazioni collettive assorbite senza esame.

La gabbia tramandata

Uno degli esiti possibili di questo processo si capisce bene con un’immagine: la gabbia tramandata.

Non ogni regola ereditata è una gabbia — molte tradizioni custodiscono conoscenze, legami e protezioni reali. Il problema riguarda le regole che continuano a essere difese come necessarie anche quando il contesto e la funzione originari sono spariti. Una regola nasce in un certo momento; forse aveva uno scopo, forse proteggeva da una paura concreta. Poi il contesto cambia, la ragione iniziale svanisce, ma la regola resta: viene ripetuta, difesa, insegnata, tramandata. A un certo punto nessuno sa più con precisione perché esista, eppure molti continuano a rispettarla. E chi prova a metterla in discussione viene fermato non da chi l’ha creata, ma da chi l’ha ereditata.

È una delle forme più sottili di prigionia mentale: il limite non ha più bisogno di un’autorità esterna visibile, perché è stato interiorizzato dal gruppo. Ho dedicato a questo meccanismo un articolo a parte, a partire da un celebre esperimento sul conformismo: lo trovi in Manipolazione mentale e propaganda.

Ed è qui che si capisce come la Matrix funzioni davvero, senza bisogno di un complotto: non serve sempre una regia unica. Una costruzione collettiva può reggersi attraverso l’interazione di molte persone, interessi, istituzioni e pratiche che si rinforzano a vicenda senza condividere un solo progetto consapevole. Può essere orientata da poteri e interessi — sarebbe ingenuo negarlo — ma viene mantenuta ogni giorno anche da chi semplicemente ripete: chi chiama “buon senso” ciò che è abitudine, “realtà” ciò che è una narrazione dominante, “identità” ciò che è adattamento.

Non uscire dal mondo, ma vedere il campo

Tutto questo non significa che ogni tradizione sia sbagliata, che ogni norma sia una prigione o che ogni valore condiviso vada distrutto. Sarebbe ingenuo. Gli esseri umani hanno bisogno di realtà condivise: senza lingue comuni, simboli comuni e accordi comuni non potremmo cooperare né vivere in società complesse.

Il problema non è l’esistenza della Matrix, e nemmeno riconoscere che al suo interno agiscono poteri e interessi. Il problema nasce quando una persona coincide così completamente con il campo che ha ricevuto da non distinguere più ciò che vede da ciò che le è stato insegnato a vedere: tra bisogno reale e desiderio indotto, tra direzione propria e modello sociale, tra valore personale e approvazione collettiva.

Per questo la Psicologia Primordiale non propone una fuga antisociale, né l’idea di ritrovare una mente “pura”, incontaminata dalla cultura: una mente del genere non esiste. La sua prima fase, quella del pulire la mente, non significa svuotarla, ma rendere interrogabili gli schemi collettivi che prima sembravano natura. È ciò che chiamo tornare alla Mente Originale: non diventare puri, ma vedere meglio — riconoscere alcune storie condivise come storie, e non come verità assolute.

Conviene essere precisi, per non promettere troppo. Questo “vedere” apre un margine, ma non compie da solo la trasformazione. Una persona può riconoscere un automatismo e continuare a ripeterlo; vedere un limite ereditato non basta a scioglierlo. Vedere è il primo passo: il lavoro concreto di trasformare i programmi appartiene alla Riprogrammazione Mentale. E a vedere, scegliere e agire non è un “vero sé” nascosto: è la persona.

È l’immagine antica della caverna di Platone, ma senza disprezzo per chi vi è dentro. Non esistono gli svegli e gli addormentati: esistono campi di significato che tutti abitiamo e che quasi nessuno vede. Vedere il campo non libera automaticamente da ogni pressione, e non rende disponibili tutte le scelte. Ma dentro il margine che ciascuno possiede, permette di cominciare a chiedersi quali valori assumere, quali norme sostenere, quali risposte non continuare a ripetere.

La Matrix Mentale Intersoggettiva, in fondo, allarga la domanda di tutta la Psicologia Primordiale. Non basta chiedersi che cosa penso, desidero o temo. Occorre anche chiedersi dentro quale mondo di significati quel pensiero, quel desiderio o quella paura sono diventati plausibili. Chi mi ha insegnato a pensare così? Quali immagini hanno reso desiderabile proprio questa vita? Quali alternative sono state rese invisibili prima ancora che potessi prenderle in considerazione?

Sono domande che non consegnano una risposta pronta. Servono a un’altra cosa: a rendere visibile il campo. E ciò che diventa visibile, anche quando non possiamo cambiarlo subito, almeno smette di comandarci di nascosto.

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Psicologia Primordiale

Percezione, attenzione e realtà filtrata: la cornice teorica del modello.

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