Alla base della Psicologia Primordiale c’è una prima fase: pulire la mente. Ma pulire la mente da che cosa?
Viviamo dentro una realtà che ci siamo costruiti a partire dalla nostra esperienza. Non è la realtà “assoluta”: è una realtà soggettiva, parziale, filtrata. Ognuno si forma da bambino un’immagine del mondo, e su quell’immagine continua poi a costruire.
I libri che hai letto, le esperienze che hai vissuto, l’ambiente in cui sei cresciuto, le informazioni ricevute da famiglia, scuola, amici, autorità e media hanno formato le tue abitudini, le tue convinzioni, le tue credenze e le tue aspettative. Il problema è che, una volta installata, quella realtà tende a confermarsi da sola: il cervello cerca ogni giorno, nella vita quotidiana, gli elementi che le danno ragione.
Pulire la mente significa cominciare a distinguere ciò che hai scelto da ciò che hai semplicemente assorbito. E per capire quanto in profondità arrivi questo “assorbire”, c’è una storia che vale la pena raccontare.
L’esperimento delle 5 scimmie
La storia è questa. Cinque scimmie vengono chiuse in una gabbia. Al centro, una scala; in cima, un casco di banane. Appena una scimmia sale per prenderle, lo sperimentatore bagna tutte le altre con acqua gelida. Dopo qualche tentativo le scimmie imparano: chi prova a salire viene tirato giù e picchiato dalle altre, che non vogliono finire di nuovo sotto l’acqua. Nessuna sale più.
A questo punto lo sperimentatore comincia a sostituire le scimmie, una alla volta, con altre nuove. Ogni nuova arrivata vede le banane e prova a salire — e ogni volta viene bloccata e picchiata dalle altre, comprese quelle che non sono mai state bagnate e non sanno perché lo stiano facendo. Si va avanti finché nella gabbia non resta nessuna delle scimmie originarie: nessuna ha mai visto l’acqua gelida, eppure tutte continuano a impedire alle altre di salire la scala. La regola è stata tramandata, ma la sua ragione è scomparsa insieme al gruppo che l’aveva imparata.
È la metafora perfetta di una frase che conosciamo tutti: “si è sempre fatto così”.
Quanto è vero? La differenza tra parabola e prova
Qui devo essere onesto con te, perché è proprio il tipo di onestà che “pulire la mente” richiede. Questo esperimento, nella forma in cui circola — la scala, le banane, l’acqua gelida, i pestaggi, la catena di sostituzioni — non è un esperimento documentato. È una parabola.
Lo studio reale a cui di solito viene attribuita, condotto dal primatologo G. R. Stephenson nel 1967, era molto più limitato: Stephenson addestrò alcune scimmie rhesus a evitare di toccare un oggetto, poi mise una scimmia “ingenua” insieme a una addestrata. In un caso l’addestrata allontanò fisicamente la nuova dall’oggetto; in altri mostrò espressioni di minaccia. Da sola, poi, la scimmia ingenua toccava l’oggetto molto meno delle altre. Nessuna scala, nessuna banana, nessun getto d’acqua sul gruppo, nessun pestaggio, nessuna catena di generazioni. La versione spettacolare che tutti conosciamo è stata resa popolare anni dopo, soprattutto dal saggista Michael Michalko, e da lì è diventata un classico della formazione aziendale.
Lo dico perché la storia delle scimmie va usata per quello che è — un’immagine efficace — e non spacciata per prova scientifica. Sarebbe ironico raccontare una storia falsa proprio per spingere le persone a non credere alle cose senza verificarle.
E però, attenzione: il fenomeno che la parabola racconta è reale, e a dirlo è la ricerca vera. Gli esseri umani si conformano al gruppo anche contro l’evidenza dei propri occhi. Nei celebri esperimenti di Solomon Asch (1955), una persona inserita in un gruppo di complici che davano all’unanimità una risposta palesemente sbagliata finiva per sbagliare anche lei in circa un terzo dei casi, pur di non andare contro il gruppo. C’è perfino un esperimento che si avvicina in modo impressionante alla struttura della parabola: Jacobs e Campbell (1961) fecero imporre da alcuni complici una norma arbitraria a un gruppo, poi li sostituirono uno a uno con partecipanti nuovi; la norma continuò a tramandarsi per diverse “generazioni”, anche quando non restava più nessuno che avesse ricevuto l’istruzione originale. E le scimmie, quelle vere, si conformano davvero: uno studio sui cercopitechi selvatici ha mostrato che i nuovi arrivati abbandonano le proprie preferenze alimentari per adottare quelle del gruppo — perfino i maschi che migrano da un gruppo all’altro cambiano abitudine pur di allinearsi (van de Waal, Borgeaud e Whiten, 2013).
La parabola esagera. Il meccanismo che indica — conformismo e trasmissione cieca delle regole — è documentato.
La gabbia tramandata
Noi non siamo così lontani da quelle scimmie. Ereditiamo regole, tradizioni e divieti da generazioni che non ci sono più, e spesso non ne conosciamo nemmeno il motivo. Sono regole che a volte non condividiamo e che non abbiamo scelto, ma che difendiamo lo stesso — non perché qualcuno ce lo imponga, ma perché “si è sempre fatto così”.
È esattamente ciò che nel modello chiamo la gabbia tramandata, e che fa parte di un campo più ampio: la Matrix Mentale Intersoggettiva, la realtà collettiva dentro cui impariamo a vedere. Il limite, a un certo punto, non ha più bisogno di un’autorità esterna visibile: è il gruppo stesso a custodirlo.
Attenzione, di nuovo, a non cadere nell’ingenuità — da entrambe le parti. Non ogni tradizione è una gabbia: molte custodiscono conoscenze e legami reali. Il problema sono le regole difese come necessarie quando la loro funzione è ormai scomparsa. E, dall’altro lato, sarebbe altrettanto ingenuo negare che esistano interessi organizzati, pubblicità e propaganda che lavorano ogni giorno per rendere “normali” e “desiderabili” certi comportamenti. La manipolazione mentale e la propaganda non sono fantasie: sono leve reali. È anche così che si sposta, poco alla volta, il confine di ciò che una società considera “normale”: è la finestra di Overton. Riconoscerlo non è complottismo, è semplicemente smettere di guardare altrove.
Pulire la mente
Ecco perché la prima fase della Psicologia Primordiale è pulire la mente: non riempirla di nuove tecniche, ma renderne interrogabili le regole che la abitano. Vedere come regole quelle che credevamo verità. Distinguere ciò che è davvero nostro da ciò che abbiamo solo ereditato e ripetuto.
Voglio essere preciso, però, per non promettere troppo. Questo “vedere” apre un margine, non compie da solo la trasformazione. Riconoscere una regola ereditata non basta a scioglierla: una persona può vederla con chiarezza e continuare a obbedirle. Vedere è il primo passo; il lavoro concreto di trasformare i programmi appartiene alla Riprogrammazione Mentale. E a vedere, scegliere e agire non è un “vero sé” nascosto sotto la cultura: è la persona, con una mente un po’ più limpida.
Sono temi che ho affrontato per la prima volta nel 2010, nella mia tesi universitaria — la Teoria della Realtà — e su cui continuo a lavorare. Non per uscire dal mondo, ma per imparare ad abitarlo con un po’ più di lucidità: vedere la scala, le banane e l’acqua gelida per quello che sono, e decidere, nel margine che abbiamo, quali regole continuare a tramandare e quali no.
