C’è un momento, quando una collettività ha paura, in cui qualcosa cambia nel modo in cui ragiona. Non tanto nei singoli — che magari, presi uno a uno, restano lucidi — ma nel gruppo: le opinioni si allineano, chi la pensa diversamente diventa sospetto, e misure che il giorno prima sembravano impensabili cominciano a sembrare di buon senso. Non serve immaginare una regia occulta per spiegarlo. Basta la psicologia, ed è documentata. Questo articolo prova a guardarla con onestà: come paura e conformismo lavorano insieme, e perché vale la pena saperlo.
Perché paura e conformismo vanno insieme
Il legame non è un’impressione: è stato misurato. In uno studio classico, Darley (1966) aumentò la paura dei partecipanti (con la minaccia di una scossa elettrica) e poi li mise in una situazione di conformismo in stile Asch: i partecipanti spaventati si conformavano molto più di quelli tranquilli — e soprattutto quando la pressione veniva da altri esposti alla stessa minaccia. La paura, insomma, non ci rende solo ansiosi: ci spinge a guardare al gruppo per capire come reagire, e ad adeguarci.
Quanto al perché più profondo, una delle spiegazioni più note è la teoria della gestione del terrore (terror management theory). Secondo questa linea di ricerca, quando il pensiero della morte diventa saliente le persone difendono con più forza la propria visione condivisa, mostrano più sostegno verso leader carismatici e reagiscono con più ostilità verso chi sta fuori dal gruppo o ne minaccia i valori (Greenberg, 2008).
Va detto con la stessa onestà che chiedo a me stesso: è una teoria autorevole ma discussa. Un’ampia replica multi-laboratorio (Many Labs 4) non è riuscita a riprodurre l’effetto classico, e il dibattito resta aperto. Non la prendo quindi come legge, ma come una delle migliori cornici disponibili — e che converge con esperimenti più solidi.
Ci si conforma anche contro l’evidenza
Uno di quegli esperimenti più solidi è il classico di Solomon Asch (1955). Una persona veniva inserita in un gruppo di complici che, all’unanimità, davano a una domanda semplicissima una risposta palesemente sbagliata. Pur di non andare contro il gruppo, il partecipante finiva per sbagliare anche lui in circa un terzo dei casi. Non perché non vedesse: perché vedere da soli, contro tutti, costa. La paura di essere l’unico fuori dal coro basta, da sola, a piegare il giudizio.
La regola che si tramanda e punisce chi la rompe
C’è poi un secondo passaggio, più inquietante: una norma può sopravvivere al motivo per cui è nata, e a custodirla diventa il gruppo stesso. Jacobs e Campbell (1961) fecero imporre da alcuni complici una norma arbitraria a un gruppo, poi sostituirono i membri uno a uno: la norma continuò a tramandarsi per diverse “generazioni”, anche quando non restava più nessuno che ne conoscesse l’origine. È lo stesso meccanismo della parabola che ho raccontato altrove, l’esperimento delle cinque scimmie: il limite, a un certo punto, non ha più bisogno di un’autorità esterna visibile. Lo custodisce il gruppo.
E lo custodisce anche con l’aggressività. Sempre nella ricerca sulla gestione del terrore, alcuni studi hanno mostrato che, resi salienti i pensieri di morte, le persone diventano più punitive verso chi minaccia la loro visione del mondo (McGregor et al., 1998). Spaventato, un gruppo non si limita a conformarsi: tende a fare del dissenziente un bersaglio. È così che la pressione smette di venire dall’alto e comincia a circolare tra pari.
Quando la paura diventa uno strumento
Tutto questo non resta in laboratorio. Chi si occupa di comunicazione lo sa, e a volte lo mette nero su bianco. Un esempio documentato: nel marzo 2020 il gruppo di scienziati comportamentali che consigliava il governo britannico (SPI-B) scrisse, in un documento ufficiale, che per aumentare l’adesione alle misure “il livello percepito di minaccia personale” andava accresciuto tra chi era troppo tranquillo, “usando messaggi emotivi duri” (Options for increasing adherence to social distancing measures, 2020). Detto altrimenti: aumentare deliberatamente la paura come leva di comunicazione.
Lo riporto sul piano che qui interessa — la comunicazione, non il merito delle scelte — perché è esattamente la dinamica di cui parla questo articolo, e perché ne mostra anche il rovescio. La ricerca successiva è tutt’altro che entusiasta: uno studio del 2022 ha verificato che i messaggi basati sulla paura non aumentavano l’intenzione delle persone di seguire le indicazioni, e potevano invece accrescere l’ansia per la salute (Richmond, Sharpe e Menzies, 2022). La paura, come strumento, è insieme eticamente discutibile e spesso poco efficace: ottiene acquiescenza, non adesione consapevole.
Ciò che era impensabile diventa normale
C’è un ultimo effetto, e riguarda il confine di ciò che una società è disposta anche solo a discutere. Sotto la spinta della paura quel confine si sposta in fretta: posizioni che sembravano estreme diventano “ragionevoli” nel giro di settimane. È il fenomeno che ho descritto parlando della finestra di Overton. Non perché qualcuno la “sposti” da una stanza dei bottoni, ma perché la paura rende accettabile ciò che prima non lo era — e disinnesca le obiezioni prima ancora che vengano formulate.
Riconoscerlo senza cadere nell’ingenuità
Qui serve la stessa doppia onestà che cerco di tenere su tutto. Da un lato, sarebbe ingenuo negare che la paura venga usata: l’esempio dello SPI-B non è un sospetto, è un documento. Interessi, comunicazione strategica e gestione del consenso esistono, ed è sano vederli invece di guardare altrove. Dall’altro, sarebbe altrettanto ingenuo leggerci dietro una regia unica che orchestra ogni cosa: gran parte di quello che accade non ha bisogno di un complotto, bastano la psicologia di un gruppo spaventato, l’inerzia delle istituzioni e l’allineamento spontaneo di molti interessi che spingono nella stessa direzione.
L’antidoto, allora, non è la paranoia né la fiducia cieca. È più semplice e più difficile: accorgersi di quando si ha paura, e chiedersi se è la paura a parlare. Giudicare un’idea per quello che vale, non per quanto è diffusa o per quanto è rischioso dissentire. Distinguere ciò che si è scelto da ciò a cui ci si è soltanto adeguati. Non rende immuni — ma restituisce un margine. E in un gruppo spaventato, quel margine è la cosa più preziosa che abbiamo.
