La psichiatria olistica è un modo di guardare la salute mentale che non riduce la persona al suo sintomo, alla sua diagnosi o alla sua dipendenza. «Olistico», dal greco hòlos, «intero», significa qui una cosa precisa: considerare la persona nella sua totalità — corpo, storia, ambiente, relazioni, lavoro, sofferenza, abitudini e senso di sé — senza per questo rinunciare alla medicina, ai farmaci, alla psicoterapia o alla psichiatria.
Questa pagina nasce da una delle interviste più significative del format I Titani della Mente: l’ottavo episodio, e il primo in spagnolo, con il Dr. Javier Álvarez, medico psichiatra, autore e fondatore di NuevaPsiquiatría. Qui sotto trovi il video integrale; più avanti una sintesi ragionata dei temi principali, con riferimenti scientifici e alcuni chiarimenti necessari.
Il video è in spagnolo. Questo articolo non è una trascrizione letterale, ma una sintesi ragionata in italiano. La conversazione con il Dr. Álvarez ha un taglio critico e umanistico: qui ne valorizziamo i temi centrali — la persona oltre l’etichetta, l’uso prudente dei farmaci, l’ascolto, la biografia e il contesto — dentro una cornice divulgativa che non rifiuta diagnosi, farmaci, psicoterapia o assistenza psichiatrica quando necessari.
Chi è il Dr. Javier Álvarez
Il Dr. Javier Álvarez è medico psichiatra, ha esercitato come psichiatra clinico presso il Complejo Asistencial Universitario de León fino al pensionamento, ha pubblicato diversi articoli scientifici nella sua area di specialità ed è autore di libri come Mística y Depresión: San Juan de la Cruz, Éxtasis sin fe e Una Nueva Psiquiatría. È anche il fondatore di NuevaPsiquiatría, associazione nata con l’obiettivo di promuovere una riflessione critica e costruttiva sul sistema di attenzione psichiatrica.
L’intervista è importante non perché offra una «ricetta alternativa», ma perché pone una domanda che attraversa tutta la salute mentale contemporanea: come possiamo curare, accompagnare e comprendere una persona senza trasformarla soltanto in una diagnosi?
Che cos’è la psichiatria olistica
Cominciamo dagli equivoci, perché su questo tema se ne accumulano molti. La psichiatria olistica non è il rifiuto della medicina, non è «no ai farmaci», non è spiritualità contro scienza e non è un invito ad abbandonare percorsi clinici qualificati.
In senso serio, un approccio olistico alla salute mentale significa guardare l’intero sistema in cui la sofferenza nasce, si mantiene o si trasforma: biologia, psicologia, storia personale, ambiente, famiglia, relazioni, lavoro, condizioni economiche, abitudini, corpo, sonno, sostanze, eventi traumatici e possibilità concrete di supporto.
Questa visione è vicina al modello biopsicosociale, proposto nel 1977 dal medico e psichiatra George Engel: un modello secondo cui salute e malattia non possono essere comprese soltanto a livello biologico, ma richiedono anche l’osservazione dei fattori psicologici e sociali. Non si tratta di medicina alternativa: si tratta di allargare lo sguardo.
Psichiatria olistica non significa essere contro i farmaci
Vale la pena metterlo subito in chiaro, perché è il punto da cui parte la stessa intervista. Un approccio olistico alla salute mentale non significa rifiutare farmaci, psichiatria o psicoterapia. Significa inserirli, quando servono, dentro una comprensione più ampia della persona.
Il Dr. Álvarez lo dice con nettezza in apertura: non si è contro la medicazione; il farmaco è uno strumento necessario, da usare quando serve, nei tempi e nei modi giusti. Questa precisazione è fondamentale, perché separa una critica costruttiva all’uso automatico o riduttivo dei farmaci da una posizione anti-farmacologica, che sarebbe irresponsabile.
Il farmaco non è il nemico. Può essere una parte importante del percorso, soprattutto in situazioni di sofferenza intensa, crisi, psicosi, depressione grave, disturbi dell’umore, ansia invalidante, dipendenze o rischio per sé e per gli altri. Allo stesso tempo, un farmaco non dovrebbe cancellare la domanda più ampia: che cosa sta vivendo questa persona? In quale ambiente? Con quali risorse? Con quali relazioni? Con quale storia?
Importante: ogni modifica, sospensione o riduzione di una terapia farmacologica deve essere discussa con il medico o lo specialista di riferimento. Farlo da soli può essere pericoloso.
La diagnosi come mappa, non come identità
Uno dei temi più forti dell’intervista riguarda la diagnosi. Qui serve equilibrio, perché è facile cadere in due errori opposti.
Il primo errore è pensare che la diagnosi dica tutto della persona. Non è così. Una diagnosi può orientare la valutazione, la comunicazione tra professionisti e la scelta di un percorso, ma non dovrebbe diventare l’identità totale di chi la riceve. Una persona non «è» la sua diagnosi: vive una condizione, una sofferenza, una storia, un insieme di difficoltà e possibilità.
Il secondo errore è concludere che, poiché la diagnosi psichiatrica ha limiti reali, allora «non vale nulla». Anche questo sarebbe sbagliato. Per molti disturbi psichiatrici non esiste ancora un test di laboratorio unico, un biomarcatore clinico «gold standard» che da solo consenta la diagnosi come accade in altre aree della medicina. La diagnosi resta prevalentemente clinica, basata su colloquio, osservazione, storia, sintomi, funzionamento e contesto. Questo non la rende inutile: la rende uno strumento da usare con competenza, prudenza e umiltà.
Il punto centrale è questo: la diagnosi dovrebbe essere una mappa, non una condanna. Una mappa può aiutare a orientarsi; diventa pericolosa quando viene confusa con il territorio intero della persona.
La persona intera: biografia, ambiente, relazioni
Se la diagnosi da sola non basta, che cosa aggiunge lo sguardo olistico? Aggiunge la biografia.
Nell’intervista si insiste molto su questo: per comprendere una persona non bastano i sintomi. Servono la sua storia, l’infanzia e l’adolescenza, la situazione familiare, il lavoro, le relazioni, l’ambiente in cui vive, le perdite, le fratture, le risorse e le possibilità concrete di cambiamento.
La stessa sofferenza può assumere significati diversi a seconda del contesto. Un sintomo non nasce mai nel vuoto: vive dentro una vita reale. Per questo un approccio serio alla salute mentale non dovrebbe chiedersi soltanto «che sintomo ha questa persona?», ma anche «che cosa le è successo?», «che cosa sta vivendo?», «che cosa manca?», «che cosa la sostiene?», «che cosa la blocca?», «quale ambiente potrebbe aiutarla a stare meglio?».
Questa non è una concessione poetica o umanistica. È la parte psicologica e sociale del modello biopsicosociale: una persona soffre come organismo, come mente e come essere umano inserito in relazioni e contesti.
Psichiatria olistica e disturbo duale
Questa prospettiva diventa particolarmente importante quando parliamo di disturbo duale, cioè della presenza simultanea di sofferenza psichica e dipendenza o disturbo da uso di sostanze.
In questi casi guardare una sola parte del problema è insufficiente. Se si considera solo la dipendenza ignorando la sofferenza psichica, si rischia di lasciare intatta una delle spinte che alimentano il consumo. Se si considera solo il disturbo mentale ignorando l’uso di sostanze, si rischia di non vedere un fattore che può peggiorare sintomi, relazioni, sonno, impulsività, umore e ricadute.
Per questo, quando salute mentale e dipendenza si intrecciano, diventa ancora più importante un trattamento integrato del disturbo duale: salute mentale, dipendenze, rete familiare, condizioni sociali, lavoro, abitazione, supporto e continuità della cura non possono essere considerati compartimenti separati.
La psichiatria olistica, in questo senso, non è un’alternativa al trattamento: è una cornice che ricorda perché il trattamento debba guardare la persona intera.
I Gruppi Aperti Terapeutici e l’esperienza di NuevaPsiquiatría
Tra le esperienze promosse da NuevaPsiquiatría ci sono i Gruppi Aperti Terapeutici, spesso indicati con la sigla GAT: spazi di ascolto in cui si incontrano persone che vivono una sofferenza psichica, familiari, professionisti e persone sensibili al tema.
L’idea è semplice e potente: creare un luogo più orizzontale, in cui nessuno venga ridotto al ruolo di «malato», «familiare», «tecnico» o «esperto», e in cui l’esperienza di ciascuno possa aiutare gli altri a vedere meglio la propria. La relazione, il gruppo, l’ascolto e la condivisione diventano strumenti di comprensione e sostegno.
È però importante chiarire bene il confine. I Gruppi Aperti Terapeutici sono spazi di ascolto, confronto e supporto reciproco. Non sono un sostituto della psichiatria, della psicoterapia, dei servizi per le dipendenze o di un trattamento medico quando necessario. Possono affiancare un percorso, non rimpiazzarlo.
Su questo ho una parte in causa, ed è giusto dichiararla: mi sono avvicinato a NuevaPsiquiatría e ai gruppi dal 2019 e ho presieduto l’associazione tra il 2022 e il 2025. È stata un’esperienza sul campo, non una qualifica clinica. Il mio lavoro divulgativo sulla mente, sull’identità e sugli automatismi può offrire spunti di consapevolezza, ma non sostituisce una valutazione medica, psicologica, psicoterapeutica o psichiatrica.
Chi vuole conoscere meglio l’associazione può visitare il sito di NuevaPsiquiatría.
Come leggere il taglio critico dell’intervista
Il video contiene anche passaggi molto critici verso alcuni aspetti della psichiatria contemporanea, del sistema diagnostico e dell’uso dei farmaci. È parte dello stile dell’intervista: una conversazione libera, nata per interrogare i limiti dell’attuale modello di salute mentale e per aprire uno spazio di riflessione.
Per evitare equivoci, questa pagina non va letta come una posizione anti-psichiatrica. Non sostiene che i disturbi psichiatrici siano «invenzioni», non invita a ignorare diagnosi o valutazioni professionali, non delegittima la psichiatria dell’età evolutiva e non suggerisce di modificare farmaci o terapie senza un medico.
Il punto che qui scegliamo di trattenere è più sobrio e più utile: diagnosi e farmaci possono essere strumenti importanti, ma vanno usati con attenzione, dentro una comprensione ampia della persona e senza trasformare il nome del problema nell’identità totale di chi soffre.
Perché parlare oggi di psichiatria olistica
Parlare oggi di psichiatria olistica ha senso per ragioni molto concrete. Molte persone sperimentano percorsi frammentati: da una parte il medico, da un’altra lo psicologo, da un’altra ancora i servizi per le dipendenze, la famiglia, il lavoro, la scuola, la casa, il corpo, il sonno, la solitudine. Ma la persona è una sola.
Anche l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha richiamato la necessità di trasformare la salute mentale valorizzando non solo i servizi, ma anche gli ambienti che influenzano il benessere psicologico e la partecipazione delle persone. Questo non significa fare meno medicina: significa fare una medicina più completa.
Un approccio più integrato è capace di vedere il sintomo, ma anche la storia; capace di usare il farmaco quando serve, ma anche di interrogarsi sulle relazioni, sull’ambiente e sulle condizioni di vita; capace di riconoscere una diagnosi, ma senza dimenticare che nessun essere umano coincide con un’etichetta.
In questo senso, «olistico» non è una parola decorativa. È un promemoria: ogni sofferenza psichica accade dentro una persona intera.
Una nuova psichiatria: guardare meglio la persona
«Una nuova psichiatria» non dovrebbe essere uno slogan contro qualcosa. Dovrebbe essere un invito a guardare meglio la persona: tenere insieme il farmaco quando serve e la storia che gli sta intorno, la diagnosi utile e l’identità che non si esaurisce in essa, la competenza clinica e l’ascolto umano.
La sofferenza psichica ci riguarda tutti, direttamente o indirettamente. Merita uno sguardo serio, prudente e intero.
Domande frequenti sulla psichiatria olistica
Che cos’è la psichiatria olistica?
È un approccio che guarda alla salute mentale considerando la persona nella sua totalità: biologia, psicologia, storia, relazioni, ambiente, corpo, abitudini e condizioni di vita. Non sostituisce la psichiatria tradizionale, ma invita a inserirla in una visione più ampia della persona.
La psichiatria olistica è contro i farmaci?
No. Un approccio olistico serio non rifiuta i farmaci: li considera uno strumento utile quando indicato, da inserire in un percorso più ampio insieme a valutazione clinica, psicoterapia, relazioni, abitudini e contesto di vita. Interrompere o modificare una terapia va sempre fatto con il proprio medico.
Psichiatria olistica e antipsichiatria sono la stessa cosa?
No. L’antipsichiatria, nelle sue forme più radicali, tende a contestare la psichiatria come istituzione. L’approccio olistico, così come lo intendiamo qui, non nega la psichiatria: chiede più ascolto, più integrazione, più attenzione alla persona e più prudenza nell’uso delle etichette diagnostiche.
Un approccio olistico può bastare da solo in caso di disturbo mentale?
No. In presenza di un disturbo psichiatrico, di una dipendenza, di un disturbo duale o di una crisi, serve una valutazione professionale e, quando indicato, un trattamento appropriato. Uno sguardo olistico e spazi di ascolto possono affiancare quel percorso, mai sostituirlo.
Che rapporto c’è tra psichiatria olistica e disturbo duale?
Il disturbo duale mostra bene perché serve uno sguardo integrato: sofferenza psichica e dipendenza possono influenzarsi a vicenda, quindi non dovrebbero essere considerate in modo rigidamente separato. Un approccio olistico ricorda che il percorso deve considerare salute mentale, sostanze, famiglia, ambiente, abitudini e condizioni di vita.
I Gruppi Aperti Terapeutici sostituiscono la terapia?
No. I Gruppi Aperti Terapeutici possono offrire ascolto, confronto e sostegno reciproco, ma non sostituiscono una valutazione medica, psicologica, psicoterapeutica o psichiatrica. Possono essere uno spazio complementare, non un’alternativa alla cura.
Nota e riferimenti
Questo articolo ha finalità informative e divulgative e non sostituisce una valutazione o un trattamento medico, psicologico, psicoterapeutico o psichiatrico. Le opinioni critiche espresse nell’intervista appartengono al Dr. Javier Álvarez; le fonti qui sotto rappresentano il quadro scientifico e istituzionale usato per contestualizzare il tema.
- Engel, G. L. (1977). The need for a new medical model: A challenge for biomedicine. Science, 196(4286), 129–136. https://doi.org/10.1126/science.847460
- Bolton, D. (2023). A revitalized biopsychosocial model: core theory, research paradigms, and clinical implications. Psychological Medicine, 53(16), 7504–7511. https://doi.org/10.1017/S0033291723002660
- Kapur, S., Phillips, A. G. e Insel, T. R. (2012). Why has it taken so long for biological psychiatry to develop clinical tests and what to do about it? Molecular Psychiatry, 17(12), 1174–1179. https://doi.org/10.1038/mp.2012.105
- World Health Organization (2022). World mental health report: Transforming mental health for all. https://www.who.int/publications/i/item/9789240049338
